martedì 12 marzo 2013

catholicism wow. provaci ancora sean

io sono un ateo convinto. ma non un mangiapreti, o mangiapopi o mangiaimam, ecc. e non sono sono così sprovveduto da pensare che il fatto che ci sia un papa o un'altro o nessuno non incida ancorché minimamente sulla mia vita. lo dico perché questa storia dell'elezione del nuovo papa mi sembra che abbia delle caratteristiche un po' diverse da quelle che ho vissuto probabilmente in maniera più distratta le altre volte. dicevo su facebook che l'avvento dei cardinali nordamericani - soprattutto - sta un po' redcarpettizzando quest'elezione. e non lo dico in senso del tutto negativo. probabilmente, anzi sicuramente,  la chiesa yankee ha molto da farsi perdonare e ha un'immagine giovane, ma già da migliorare. e quindi i mass media americani si sono buttati a pesce su questa imprevista (forse) elezione, con la prevedibile conseguenza di trascinarsi dietro, come sempre succede, tutti i mezzi di informazione del mondo. in più, il fatto di proporre due candidature forti, e per così dire condivisibili come quelle di o'malley e dolan, aumenta senza dubbio l'attenzione globale sull'evento. voglio dire, una figura come quella di sean patrick o'malley, il francescano con saio e porpora, che già dal nome potrebbe sembrare un violinista folk irlandese o un poliziotto buono di boston, attrae sicuramente anche un non credente. attrae per esempio anche blog o trasmissioni radiofoniche sicuramente conosciute come "alternative", se mi si passa il termine oramai anni '70. e i nomi dei cardinali favoriti di sicuro circolano molto di più che in passato. questo anche perché la chiesa ha una gran bisogno di presentare un'immagine diversa di sé al mondo. e questo secondo me getta anche una luce del tutto diversa sulle dimissioni di papa ratzinger. nel senso che non escluderei il fatto che un pontefice unanimamente riconosciuto come comunicatore non eccelso sia stato invitato a farsi da parte in favore di un personaggio più incisivo e più utile ad una riaffermazione politica e d'immagine della chiesa globale. come gli americani, di cui sopra, o il giovane filippino tagle, oppure il brasiliano scherer. nomi che suscitano anche curiosità, ma dei quali è bene essere informati. perché ad esempio da laici potremmo salutare con favore l'elezione di un papa di una nazione emergente come il brasile, se non che il buon odilo pedro è un fiero super tradizionalista. oppure è bene sapere che il ciellino scola è stato consigliere del cavaliere. 
quindi al di là di certi esotismi, c'è poco da star tranquilli. qualcosa cambierà, anche per i non credenti, non sappiamo ancora se in meglio o in peggio
io comunque tifo o'malley. o tagle. grazie signo'

ps non so se avete mai visto il film dogma di kevin smith. fatelo. e ditemi che george carlin non è uguale a o'malley

martedì 5 marzo 2013

io tu noi tutti. il nuovo che avanza. a balzi


15 milioni e più di italiani vanno senz'altro presi in considerazione. anzi, come citava un vecchio lp di elvis, "millions of fans can't be wrong". si potrebbe obiettare che miliardi di fans della cacca sono sicuramente wrong, ovviamente non si può paragonare elvis alla materia fecale, ma il movimento 5 stelle agli altri partiti sicuramente si. anche perché moltissimi voti vengono da ex degli altri schieramenti, oltre a tanti penso, dai neo votanti. quindi non si possono ignorare 15 milioni di compatrioti, presenza indubbiamente ingombrante, in tutti i sensi. che sarebbe potuta diventare più numerosa e di conseguenza ancor più ingombrante con una campagna elettorale un pochino più sobria. ma giusto un pochino. perchè le istanze portate avanti da grillo e i suoi seguaci, sono quasi tutte largamente condivisibili. acqua e sanità pubblica, tagli alla politica, trasparenza, meritocrazia, per dirne alcune. non lo seguo sul terreno di una autarchia e di una decrescita che mi puzzano sinistramente di ventennio o sul distruggere l'esistente tout cour. non lo seguo soprattutto sul modo di porsi, così aggressivo e anche sprezzante. io tendo a rifiutare le cose anche giuste dette male o in malo modo. sarà un limite , o forse snobismo, ma ci posso fare poco.
la riunione romana degli eletti certo ricorda un po' la gita delle medie o della parrocchia, o, peggio, le convention delle società di vendita multilivello. ma aspettiamo a giudicare, e cerchiamo di reprimere il sorrisetto di sufficienza. e non calchiamo troppo la mano neanche sulle parole della neo capogruppo alla camera, più ingenue e inavvedute che pericolose. aspettiamo, non tanto, ma aspettiamo. ma una cosa però mi va pochissimo giù. ed è la continua, insistita, ossessionante, divisione, anzi contrapposizione, fra noi e loro. loro sono morti, loro devono andare a casa, loro non capiscono. noi siamo la ragione, loro il torto. in campagna elettorale poteva anche andare bene, ma ora siamo con le carte in tavola, ora c'è da fare qualcosa, c'è da rendere conto ad un – vasto – elettorato. che non coincide esattamente con i militanti duri e puri (che mi ricordano un po' i ragazzi di mamma ebe, ma lasciamo stare), e con i candidati. un elettorato consolidato e potenziale, se riandremo alle elezioni, che rischia davvero di non capire se si trova fra i noi o fra i loro, se potrà beneficiare delle mosse di grillo. o se questi benefici, se ci saranno, saranno riservati a un noi, non ancora ben definito. insomma, c'è un popolo, o c'è il tuo popolo?
io che non ti ho votato, ma che voglio che le cose cambino, che non sono d'accordo con i tuoi atteggiamenti, ma concordo con diverse cose che dici, che credo che destra e sinistra esistano ancora, ma che non mi ritrovo troppo in questa sinistra, ebbene, io sono noi o sono loro?

venerdì 22 febbraio 2013

chiedi chi erano i mumford. ma non a me


mia figlia – 13 anni – parlando degli ultimi brit awards, mi ha informato che il premio come miglior band britannica era stato vinto dai mumford & sons. cosa che va anche bene, il gruppo è (abbastanza) interessante, ha riportato in auge un certo folk, hanno il banjo, ecc. ecc. la cosa che mi ha fatto riflettere, è che i tizi hanno vinto sugli one direction e sui muse. che è come far competere nella stessa categoria un a pera, un autogru e un album da disegno. oppure un cavallo, un castello medievale e uno spinterogeno. ovverosia tre cose che non dovrebbero entrarci niente l'una con l'altra. infatti l'indomani la presentazione, la tribù planetaria dei, o meglio delle, directioners, si interrogava sgomenta su chi fossero i barbudos che avevano scippato la corona ai loro principini. Se non avete idea di caspita siano i, o soprattutto le, directioners, vuol dire che non avete figlie adolescenti. gli one direction sono la boy band del momento, cinque inetti sui vent'anni che ne dimostrano quindici, e i loro fans si fanno per l'appunto chiamare directioners. e l'interrogativo non è per nulla peregrino. perchè se i cinque incapaci avessero perso, che so da ed sheeran o dagli emblem three (idoli per teen agers, non vi sforzate ad andare a cercare chi siano), l'avrebbero capito, anche se non accettato. ma i mumford & sons e i muse che ci azzeccano? e invece ci azzeccano, evidentemente, e questo solleva secondo me diverse questioni. qualche anno fa le tre band avrebbero gareggiato in tre categorie diverse, sicuramente. altrimenti sarebbe stato come se, per dire, chi dovere avesse dovuto scegliere fra sex pistols, queen e muppets. inconcepibile. oggi invece la cosa è evidentemente concepibile, e questo in primis ci fa supporre che le differenze fra i tre gruppi siano in realtà molto sfumate e che il genere musicale così come lo intendevamo non esiste più. si, perché è inutile che una formazione ancorchè valida come i mumford & sons venga sbandierata come il nuovo che avanza e che si millanti una loro durezza e purezza, dal momento in cui accetta di buttarsi – perchè le conviene ovviamente – nell'agone insieme ai cinque imberbi. e anche i muse non sono nè i nuovi queen, o nuovi u2 o nuovi quel che vi pare. alla fine nonostante il loro strepitare saranno ricordati più probabilmente come i nuovi take that, perché sono personaggi pop e stop, e la musica che fanno (neanche bene, ma questo è solo un mio parere) conta zero. non fossero stati personaggi da rotocalchi, col piffero che l'insignificante matthew bellamy avrebbe accalappiato kate hudson.
boh, alla fine qualcuno dirà che è giusto così, cheè democrazia, globalizzazione. ma a me non torna che ci siano molti che hanno nel loro lettore muse, one direction e mumford in fila. perchè mi hanno insegnato che non si confrontano le mele con le pere, e, come dice un vecchio adagio, se ti metti a discutere con uno stupido, la gente potrebbe non notare la differenza. e non ho detto che gli stupidi siano i cinque bambocci

lunedì 18 febbraio 2013

qualcuno deve pur averci presentato (primi incontri – casuali o meno e non sempre capiti – con i miei compagni di viaggio)

3. appendice a
http://giannozzo.blogspot.it/2013/02/qualcuno-deve-pur-averci-presentato_9858.html

dopo aver ascoltato fire and water con grande insistenza, decisi che avevo bisogno di ascoltare qualcos'altro dei free. e mi misi in cerca. per un ragazzino di 12 anni che vive in una cittadina di provincia negli anni 70, non c'erano naturalmente tutte le fonti di approvigionamento musicale che ci sono adesso. ma tant'è. forte della mia paghetta, mi recai armato di giovanile ottimismo nel negozio di dischi - praticamente l'unico - che frequentavo e dove avevo comprato quasi tutti i long playings che possedevo. forse non era molto, non lo so, ma per la sete di musica e gli orizzonti che avevo da esplorare allora, lo era eccome.
comunque, dopo un certo scartabellare, trovai qualcosa. c'è da dire che il "certo scartabellare" durava e dura tutt'ora molto più del previsto. rovistare negli scaffali dei dischi è sempre stata una delle più grandi gioie della mia vita, paragonabile veramente a poche altre, per quanto mi riguarda.
quello che trovai fu "the free story". avevo letto su ciao 2001 che era un'antologia ed era un doppio lp. ero quindi pronto al gravoso esborso finanziario. l'album era sigillato piuttosto stretto e il retro non riportava i brani contenuti. detti quindi i soldi alla signora nedì, che mi dette l'equivalente resto di un disco singolo. dopo qualche minuto necessario a fare il calcolo (ho problemi serissimi con la matematica), e non, lo giuro, a soppesare l'eventualità di approfittarmi dell'errore, dissi candidamente alla signora che aveva sbagliato resto. la signora nedì mi ringrazio' e ricompensò la mia onestà con 1000 (mille) lire.
indovinate chi era quel sabato pomeriggio il ragazzino più contento del mondo

domenica 17 febbraio 2013

qualcuno deve pur averci presentato (primi incontri – casuali o meno e non sempre capiti – con i miei compagni di viaggio)


2. free, acqua fuoco e cioccolato


doveva essere la primavera del 1974. forse del 1975, ma primavera lo era. andai a casa di un mio compagno di classe. questo mio compagno aveva un fratello più grande che al momento viveva a roma. il suddetto fratello aveva però lasciato qua la sua batteria rossa e la sua collezione di 33 giri. non mi fu praticamente permesso ahimè di suonare la batteria - una hollywood - ma mi venne concesso di portare a casa alcuni di quei dischi da ascoltare. mi ricordo nitidamente la consistenza di quei dischi, le copertine massicce. ne presi 4: mad dogs & englishmen di joe cocker, sssh! e cricklewood green dei ten years after e fire and water dei free. i primi tre avevano copertine colorate, forse più simili a quelle che mi erano capitate fra le mani fino a quel momento, magari più anonime. da quella dei free, quattro giovani capelloni mi guardavano in maniera un po' sfrontata. ok, mi dissi, mettiamo questo, e facciamo merenda. premessa. nella mia ancor breve carriera di fanatico del rock, mi ero dedicato, diciamo pure incaponito, con il progressive. e quindi mi ero trovato alle prese più che altro con suoni piuttosto astrusi ancorchè affascinanti per un ragazzino. per sovrammercato tali suoni venivano da fonti sonore approssimative: un registratore a cassette sanyo, un minuscolo giradischi europhon che spariva letteralmente sotto al disco. tutto questo rendeva l'esperienza auditiva forse un po' faticosa, anche se questo non scoraggiava il vostro piccolo eroe.
in ogni caso, metto il disco sul piatto, e mi accingo ad adddentare un biscotto al cioccolato. mentre mi pregusto il suddetto biscotto, vengo letteralmente investito dai primi suoni di fire and water, il brano che dà il titolo al disco. mi ricordo che la cosa mi colpì molto, tanto da farmi rimanere con il biscotto a mezz'aria. non che altri incipit non mi avessero impressionato, questo no. ricordo ancora quando misi la cassetta di selling england by the pound ed ebbi la benedizione della voce nuda di peter gabriel, o l'inizio roboante di into the fire dei deep purple. ma qui, era tutto diverso. il disco inizia con alcuni semplicissimi accordi di chitarra elettrica. abituato com'ero a sonorità molto più arzigogolate, mi ricordo che pensai "cribbio (non era proprio cribbio, neanche ca**o, all'epoca ero ancora molto educato. diciamo una via di mezzo) ma allora esiste anche qualcos'altro. e certo che esisteva. avevo in un colpo solo scoperto il rock blues, quello che sarebbe diventato forse il mio gruppo preferito, il mio cantante – senza forse - preferito e la piena consapevolezza dell'importanza fondamentale ed imprescindibile del basso nella musica moderna. e tutto in un disco solo.
va detto, sono legato tantissimo anche gli altri dischi che presi in prestito, rifare mad dogs & englishmen è uno dei miei sogni nel cassetto. ma l'amore che mi lega ai free dal quel giorno di primavera del 1974 (o 1975), è un vincolo veramente speciale. non ho avuto il privilegio di vederli dal vivo, si sono sciolti nel 1973 e il chitarrista paul kossoff sarebbe scomparso nel 1976. ma ho avuto l'ardire e la fortuna di provare a cantare o suonare tante loro canzoni. ed è sempre un'emozione speciale, l'emozione della semplicità, dell'essenza del rock.
ah, poi il biscotto l'ho mangiato, non vi preoccupate. anche ai biscotti al cioccolato sono molto legato.

giovedì 14 febbraio 2013

non urlare, ti sento. my personal sanremo


io nonostante tutto sono ancora parecchio affezionato al festival. a molte canzoni degli anni 60 e 70 sono ancora piuttosto legato, e posso anche dire che mi hanno formato. anche negli anni 80 e 90 qualcosa di dignitoso si è sentito. negli ultimi anni l'avvento dei reality e dei talent show, oltre al ruolo di sostanziale sottofondo per immagini che la musica leggera è stata costretta ad assumere, hanno drasticamente impoverito l'offerta della kermesse canora (come si dice oggi) e anche il mio interesse per essa. unito al fatto che invecchio, naturalmente, ma questa è un'altra storia. in più da quando il festival è diluito in cinque serate è diventato francamente oneroso seguirlo, e così questi ultimi anni sono scivolati via senza lasciare tante tracce, perlomeno per me.
quest'anno sono riuscito a seguire le prime due serate, quelle riservate ai cosiddetti bigs e quindi, già che ci sono, vi dico come le ho sentite.
premetto che le ho sentite male. nel senso che, in generale ho un problema, con il suono pop moderno, in cui le voci son troppo troppo alte rispetto agli strumenti e, dato che le canzoni odierne sono fatte per essere sentite principalmente su personal players e computers attraverso cuffiette e piccoli altoparlanti, hanno un suono finale, quello tipico da mp3, che non mi piace, anzi mi disturba anche un po'. sarà anche una fisima da vecchio trombone abituato agli hifi vintage, ma tant'è.
in più, e non sono stato il solo a rilevarlo, dalla tv il suono dell'orchestra giunge molto compresso, le voci sono in primissimo piano, e questo naturalmente non aiuta intonazioni non sempre calibratissime e interpretazioni spesso non memorabili.
quindi, tutto questo premesso e dato un unico ascolto, ecco quello che le 28 (maremma, parecchie) canzoni, mi hanno lasciato.

almamegretta. mai stato un fan di raiss e compagni. li ho sempre trovati troppo ammiccanti e piacioni verso un tipo di pubblico, soprattutto femminile, culturalmente avvertito. comunque, figura dignitosa. meglio il brano da loro scritto, che quello scritto dagli zampaglione, un cocktail indigeribile per me
annalisa. ne ignoravo bellamente l'esistenza fino a ieri. nonostante la vocalità troppo talent, il brano scintille mi è piaciuto, anche se forse un po' troppo pretenzioso per la bimba. quell'altro era veramente da amici, nel senso di de filippi.
chiara. quando di un cantante si dice, però è bravo, però senti che voce, potrebbe cantare anche l'elenco del telefono, io avverto sempre un problema. io voglio sentire cantare una canzone, non un elenco. inoltre, come detto prima, le nuove eroine della voce, cantano ad un volume troppo alto, e questo mi disturba. fra televoto e autore (il re mida bianconi) immagino che il futuro che verrà arriverà in alto. non mi piace, ma il pezzo ovviamente funziona. anche l'altro.
daniele silvestri. non ce l'ho mai fatta con daniele. ha tutta la mia stima, intendiamoci, ma, non so se è un fatto generazionale, l'ho sempre trovato troppo da liceali, universitari al massimo, per metterlo insieme o vicino ai cantautori che l'hanno preceduto. la musica non mi ha mai intrigato e mi è sempre sembrata messa in secondo piano rispetto a i testi. le canzonette tipo salirò o la paranza poi non mi hanno mai toccato. il bisogno di te appartiene a questa categoria, mentre a bocca chiusa, una bella canzone, mi fa troppo clichè, compreso il baffone che interpreta la lis (lingua italiana dei segni) in modo troppo teatral- centrosinistra.
elio e le storie tese. vabbè, un gigante fra i nani. come una squadra d nba nel campionato italiano di basket. dannati forever sembra già un classico del loro repertorio, la canzone mononota, un imbarazzante prova di onnipotenza strumentale, letteraria ed interpretativa. zio frank sarebbe contento.
malika ayane. lei mi viene a noia dopo tre secondi, i negramaro, insieme a jovanotti, li considero la massima jattura per la musica di casa nostra.
marco mengoni. peccato, la voce mi sembra bellissima. ma il ragazzo non sa cantare, nè stare sul palco e i pezzi sono quelli che sono. compreso, anzi mi sembrava il peggiore, quello scritto da pacifico e nannini.
maria nazionale. con la musica napoletana bisogna andarci cauti. nel senso che da non napoletani forse si giudica male. detto questo, la tipa canta, i brani sono dignitosi, gli autori ci sono, e lei li ha interpretati in maniera molto personale. anzi penso che quello degli avion travel sarebbe stato secondo me peggiore cantato dall'ammiccante servillo (peppe).
marta sui tubi. francamente si sentiva troppo male per dare un giudizio compiuto. non sono neanche un grande fan dell'indie rock (se esiste), troppo autoreferenziale e supponente. quindi non saprei che dirvi. il look era imbarazzante, se serve, il tipo pelato urlava troppo, e le due canzoni mi son sembrate pressoché uguali.
max gazzè. max è probabilmente il mio cantautore italiano contemporaneo preferito, e un musicista con i controfiocchi. una musica può fare è uno dei pezzi più belli degli ultimi sanremo, e anche il solito sesso si ascoltava. penso però che il suo meglio lo abbia già dato. e anche questi due pezzi lo testimoniano. anche se piuttosto nel suo stile, il primo era un po' troppo morgan, l'altro non memorabile. comunque forza max.
modà. ma per piacere.....
raphael gualazzi. non penso che il ragazzone sia il genio quel pianoforte che dicono, ma ci sa fare. l'audio non l'ha aiutato, ma il brano sai mi è piaciuto molto, piuttosto billy joel ma sufficientemente personale. di più, è il mio brano preferito del festival. e anche l'altro discreto, direi.
simona molinari. la tipa secondo me ha commesso due clamorosi autogol, presentandosi in minigonna e con peter cincotti, dato che non sarebbe una cantante pop jazz neanche con un audio migliore. cincotti, onesto mestierante americano, sembrava il suo insegnante, e temo che le sue gambe – di simona non di peter – rimarranno più impresse della sua interpretazione.
simone cristicchi. non mi piace, ha un modo di cantare e di presentarsi che non sopporto. in più mi è sempre sembrato che si appropriasse di argomenti alti senza rendere loro un servizio adeguato. pure nel suo caso devo dire che la resa audio lo ha danneggiato, anche se in mi manchi le stonature erano evidentissime. due brani nel suo stile.
sui giovani non mi pronuncio. primo perché da vent'anni sono purtroppo una delusione totale, secondo perché ci sono diversi bigs che dovrebbero passare secondo me prima da tale categoria e poi approdare fra i seniores.
domani – venerdi 15 dicembre – sarà la serata delle covers. alcune si preannunciano interessanti, gualazzi che rifa' luce, gazzè in ma che freddo fa, silvestri che affronta piazza grande. 
altre da brividi di raccapriccio, come i modà che rifanno io che non vivo, o mengoni in ciao amore ciao.......
ma la scontatissima standing ovation sarà per chiara che urlerà almeno tu nell'universo. ahimè

lunedì 11 febbraio 2013

ad ogni dimissione di papa

ho avuto modo di vedere dal vivo, diciamo così, due papi in vita mia. il primo fu paolo VI (o paolo vì come lo chiamò mike in un leggendario rischiatutto), durante una gita delle medie. lo vidi passare sulla portantina nella basilica. sebbene, se non ricordo male, fossi piuttosto lontano e la chiesa fosse stracolma, mi dette l'impressione di essere vecchissimo.
poi, ho visto benedetto XVI, lo scorso dicembre, questa volta in sala nervi. in questo caso ero seduto piuttosto vicino, dato che mi ero esibito con la badabimbumband poco prima davanti alla sua sedia (vuota) e quindi avevamo dei posti riservati. nonostante l'entrata da star, grazie soprattutto al quasi isterico entusiasmo dei papa boys, e la camminata a passo piuttosto spedito, la tecnologia moderna - i maxischermi - ci hanno rivelato, come quasi quarant'anni fa, un papa altrettanto vecchissimo. è vero, ho visto con i miei occhi, ratzinger rabbonire un leoncino un po' irrequieto, ma l'impressione è stata proprio quella dell'estrema vecchiezza. che è un po' l'età che di solito associamo alla figura papale. 
fatta eccezione per papa woytila che fu eletto, papalmente parlando, giovanissimo, se ci pensiamo bene, gli ultimi pontefici ci tornano alla mente come teneri vecchietti. giovanni XXIII, paolo VI, papa luciani. e anche lo stesso woytila. nonostante i primi anni del suo peraltro lunghissimo pontificato, nei quali del papa si sottolineava spesso la verve sportiva (riguardatevi per esempio il papocchio di renzo arbore), del papa polacco con tutta probabilità si ricorderanno gli ultimi anni, in cui era vecchio e malato.
e questa associazione mi ha fatto riflettere.
è vero, che si dovrebbe arrivare a fare i papi dopo una lunga esperienza porporata, però è anche vero, e le dimissioni (si possono chiamare così?) del pontefice twittante forse lo dimostrano, che il papa ha parecchio da fare, soprattutto in questo secolo.
quindi, dopo l'aitante woytila degli inizi che si dette piuttosto da fare - permettemi di dire pure troppo - ci si aspettava un papa fisicamente all'altezza, se non del predecessore, del compito. e ratzinger all'inizio lo sembrava - ripermettetemi di dire pure troppo - un po' per la parlata teutofona, un po' per il suo passato di strenuo conservatore.
quindi, il fatto che abbia abdicato dopo soli 8 anni, desta senz'altro un po' di meraviglia.
anche perchè i tempi rispetto a quelli di celestino, sono un pizzico diversi
non voglio e non mi interessa fare dietrologia, ma ripeto, è un gesto che secondo me merita una riflessione, perché sgretola diverse certezze.  in primis, perchè, figura inedita, ci troviamo di fronte ad un ex papa, e poi viene minato alle fondamenta, uno dei detti popolari più antichi e più usati.  quello sulla morte del suddetto. vale anche l'ex, per dire?
un fatto però ci consola. che il papa abbia lasciato in latino e non con un twit.
deo gratia