sabato 9 febbraio 2013

l'importanza di chiamarsi ernesto. o brenda. o anche zoe


in radio oggi si macina di tutto. sto parlando di musica. tanto presunto rock, spesso posticcio, rap più o meno dozzinale, romanticherie zuccherose, ballabili (come si diceva una volta) variamente insopportabili. in questo mare minimum di sonorità standardizzate, c'è questa canzone che in qualche modo mi era saltata all'orecchio http://youtu.be/Tlj0SZUB-l8. il pezzo è cantato da brenda boykin. il nome mi diceva qualcosa, ma non capivo o non riuscivo a ricordare cosa. mi sono messo a scartabellare i miei dischi, e l'ho trovato. un disco del 2000 di un gruppo chiamato home cookin', la cui cantante – come la copertina segnalava ampiamente - era per l'appunto brenda boykin. nulla di particolare fin qui. mi spinge a raccontare di questa cantante il fatto che il disco mi fu dato dal mai troppo compianto ernesto de pascale. all'epoca lavoravo a radio fatamorgana, e fui invitato alla presentazione del disco in questione. la presentazione si teneva a firenze, perchè ernesto aveva deciso di far uscire il lavoro per la sua etichetta, il popolo del blues, dando ulteriore prova, se ce ne fosse stato bisogno, del gusto, il fiuto, il coraggio che hanno contraddistinto la sua troppo breve carriera di giornalista, produttore e musicista.
il gruppo, un quartetto, era presente al completo, all'incontro che si teneva in un locale fiorentino che si chiamava come mia figlia, che all'epoca aveva un anno. scherzammo molto con brenda e gli altri su questa coincidenza, tanto che gli home cookin' con grande gentilezza e simpatia, autografarono il cd dedicandolo a me e mia figlia. brenda si disse certissima che lei sarebbè diventata una "music lover". ho ancora a casa la tovaglietta con il nome del locale (e di mia figlia).
brenda ha continuato a cantare anche dopo gli home cookin' costruendosi una solida fama in america, in particolare nella bay area da cui proviene.
averla ritrovata, quasi per caso, grazie o a causa dei meccanismi più o meno misteriosi che fanno si che in una scaletta questo pezzo venga trasmesso fra mica e jovanotti, mi fa molto piacere. mi fa piacere ritrovare brenda e spero che questo brano induca qualcuno ad ascoltare gli altri suoi dischi. mi fa piacere ripensare e ricordare ernesto de pascale, l'influenza e l'ispirazione che che ha avuto ed ha su tutti quelli che hanno avuto la fortuna di conoscerlo e frequentarlo. e mi fa piacere che mia figlia, che suona il violino, fra gli one direction e justin bieber nel suo i pod abbia 40 canzoni dei beatles. grazie brenda. grazie ernesto. e grazie zoe

martedì 5 febbraio 2013

in boss we trust

la casa dove abito si trova nel quartiere più agiato e conservatore della città, e la parrocchia che lo rappresenta è forse la più integralista di tutte. l'anno scorso, al momento della benedizione pasquale, mi suona alla porta il parroco. "sono qui per la benedizione". lo faccio accomodare. "ah, che bella casa, quanti libri, quanti dischi" ecc. ecc. "guardi, io non sono credente, ma la padrona di casa lo è, quindi se le fa piacere benedire la casa, penso faccia piacere anche a lei, ed io non ho nulla in contrario. il prete, un uomo sulla quarantina, ci pensa un po' su e poi "beh, ho molto da fare, ci sono tante case da visitare, arrivederci" "arrivederci, grazie". ha benedetto cinque appartamenti su sei, forse come media gli bastava, boh.
mezz'ora fa, suonano alla porta. quello che mia nonna avrebbe definito un pretino, in giubbottino nero da trekking e clergyman, mi chiede se voglio la benedizione. gli rifaccio lo stesso discorso che feci al suo collega, o superiore. nota anche lui i dischi, parliamo un po' di musica, così in generale. poi mi fa 
"se per lei va bene, io benedirei la casa, anche perché sono un grande fan di lui" e prende un libro su bruce springsteen. "l'ho visto a firenze". "sotto l'acqua". "non la sentivo neanche"
breve silenzio in onore del boss. "reciterebbe un padre nostro con me?" fa lui. "preferirei di no". "va bene allora se permette leggo un brano a caso dal vangelo". "va bene". e dal vangelo di matteo mi legge di barabba. parliamo un po' del brano, lui non chiama barabba brigante o ladrone. "era una sorta di terrorista" dico io. "si, anche se dipende da chi vince la guerra, per dire che uno è terrorista". detto questo, benedice la casa, fa il suo sermoncino, parliamo un po' di jesus christ superstar e se ne va.

apocalypse postilla

in uno spot pubblicitario di uno di questi attrezzini per il test casalingo di gravidanza, si vede l'attrezzino in questione in primo piano: sul display non appare più la evdentemente troppo enigmatica sbarretta blu, ma una scritta che dice "INCINTA".
che vi avevo detto?

http://giannozzo.blogspot.it/2013/02/apocalypse-express.html

lunedì 4 febbraio 2013

apocalypse express


qualche anno fa pensavo che la civiltà occidentale non sarebbe durata più di qualche decennio ancora. oggi sono molto meno ottimista. me ne sono convinto guardando lo spot pubblicitario di un macchina per il caffè espresso, uno dei massimi simboli del declino della civiltà occidentale, soprattutto da quando uno dei suoi più celebri testimonials ha deciso di farsi stirare gli zebedei. questo piccolo elettrodomestico, realizzato oggi nelle fogge, colori e materiali più avant garde possibili è diventato un oggetto assolutamente indispensabile in ogni moderna casa occidentale – ma forse anche orientale – che si voglia definire tale. prima di tutto il caffè, soprattutto all'italiana, è assurto ancor di più al rango di irrinunciabile piacere quotidiano (unito al cioccolatino da gustare con voluttà sulla chaise longue di le corbusier) e di non negoziabile panacea di tutti i mali. ma naturalmente nei tempi e modi voluti dal ritmo frenetico della vita moderna, come diceva il poeta. e poco male se l'autenticissimo 100% arabica viene estratto da una capsula di plastica riempita chissa come. Ma volete mettere tornare a casa dal vostro ufficio in pieno centro, slacciarvi la cravatta, essere accolti da vostra moglie che ha appena terminato le pulizie di casa in abito da sera e tacco 12, che vi sussurra languidamente "vieni, non rinunciare al piacere di gustare un buon caffè, premendo un solo tasto". eh, son soddisfazioni. che vi volete mettere a mettere l'acqua nella moka, poi metterci il caffè in polvere, magari metà lo spargete nell'ambiente, perché, si sa è un 'operazione difficile, avvitare, mettere sul fuoco, aspettare. no, non si può. anche perché magari avete fatto lo stesso tragitto fino a casa impostando il navigatore, dopo avere chiamato i numeri di telefono che chiamate tutti giorni impostandoli dalla rubrica, e avete anche lasciato che la macchina vi guidasse nel parcheggio. quindi, nell'attesa di un chip nei vostri vestiti che li convinca a sfilarsi da voi da soli, possiamo con tutti i diritti permetterci una macchina per il caffè, e qui veniamo alla pubblicità di cui accennavo all'inizio, che funzioni in modo intuitivo.
intuitivo? ma che deve intuire? già c'è solo da mettere una cialda in una fessura modellata e pigiare un tasto. c'è bisogno anche dell'aiutino? riusciremo poi a trovare la bocca?
che c'entra, anch'io ho un cellulare con un sacco di numeri memorizzati ed uso il navigatore satellitare, ma è anche vero che non mi ricordo più un numero di telefono e che mi faccia fatica consultare una carta stradale. fatica. ecco il busillis. ci fa fatica fare tutto. ci fa fatica capire chi sia quello che parla in tv, ed ecco il sottopancia che ci dice immediatamente chi sia quello che cje blatera in quel momento, famoso o sconosciuto che sia, meritevole d'ascolto o meno. ci fa fatica ricordare dove abbiamo già visto quell'attore – magari qualche mese prima – ed ecco che il trailer pomposamente ci annuncia che è stato il protagonista di, che il regista è quello che ha diretto il film x e che il barista è lo stesso che ha servito i drinks nel film y. abbiamo bisogno di idoli ed eroi che durino pochi mesi, così non dobbiamo fare la fatica di ricordare. e se vogliamo vincere un telequiz, che sia per puro culo
vogliamo governare e gestire tutto con un dito, quel dito che non riusciamo più a toglierci dalla tasca – se non da un'altra parte. quel dito che magari un giorno di questi premerà il pulsante dell'auotodistruzione. in modo intuitivo, naturalmente

domenica 3 febbraio 2013

qualcuno deve pur averci presentato (primi incontri – casuali o meno e non sempre capiti – con i miei compagni di viaggio)


piccola introduzione

ho incontrato il rock molto presto. non presto la mattina, ma proprio presto nella vita. erano gli anni 70 e probabilmente era più facile rispetto ai giorni nostri. ce n'era tanto di più in giro, ed era anche migliore. un po' come dice oggi keith richards per le droghe, se vogliamo.
in ogni caso già a sette/otto anni qualche 45 diciamo "off" si insinuava fra quelli che sceglievo da una cassetta di legno nel negozio di elettrodomestici e infilavo nel mio mangiadischi arancione e che provenivano da sanremo e canzonissima. poi è arrivata la radio e il rock (o pop come si diceva allora) mi ha travolto ed ancora sono – per fortuna – nell'occhio del ciclone. ma di questo ho già parlato anche qui. in questa rubrichetta, che non avrà andamento nè cronologico nè tantomeno regolare, voglio parlarvi di come ho incontrato canzoni, musicisti, generi, personaggi, dischi, concerti. e di come mi vada di condividere questi incontri con voi, perchè, per dirla con mr. zimmermann, ho riportato tutto a casa.
ringrazio veramente tanto francesca pizzo per l'idea

post scriptum: questi piccoli resoconti saranno per tanti (e)motivi imperfetti e lacunosi, perché non frutto di una indagine scientifica o di una ricerca da archivista, ma semplicemente di quello che mi ricordo, chiunque abbia voglia di contribuire a collocare meglio e con più precisione nel tempo e nello spazio questi flashbacks, è benvenutissimo


1. le orme, la bimba e la piovra

un incontro decisivo per me. due volte decisivo. comprai il 45 giri gioco di bimba quando uscì, nel 1972. avevo 10 anni, non mi ricordo se l'avevo sentito in tv o se mi aveva colpito la celebre copertina disegnata da walter mac mazzieri. in ogni caso la canzone mi piacque subito e la voce suadente di aldo tagliapietra, il tempo di valzer, i timbri delle tastiere e delle campane tubolari ( uno strumento il cui suono all'epoca mi rapiva letteralmente) contribuivano a tenere il 45 dentro al mangiadischi. probabilmente non lo identificavo ancora come rock, ma già intuivo che si trattava di qualcosa di diverso dai pooh, per esempio, che comunque mi piacevano ugualmente. lo intuivo soprattutto quando ascoltavo il retro, figure di cartone, che mi inquietava non poco, soprattutto con quello strumento che ruggiva, e che poi avrei scoperto essere un sintetizzatore moog.
e poi le orme erano un gruppo, ed io già adoravo i gruppi, mi piacevano questi capelloni che suonavano: li disegnavo continuamente sui miei quaderni e spesso quando alscoltavo le canzoni, avevo un complesso immaginario che le eseguiva. io ovviamente facevo tutti gli strumenti, ancora non avevo uno strumento favorito da suonare. la botta decisiva me la dettero sempre le orme, due anni dopo.
avevo già iniziato ad ascoltare rock in maniera un pochino piu' consapevole grazie ad un mangiacassette ed alla radio, ma essendo ancora un ragazzino con il grembiulino nero, non avevo mai partecipato ad un concerto. un concerto rock dal vivo, intendo. per il mio battesimo del fuoco dovettero concorrere tre fattori determinanti. prima di tutto la scelta delle orme di includere empoli nella loro tournèè (scelta peraltro reiterata qualche anno più tardi). poi, il fatto che all'epoca c'era l'uso di fare un concerto pomeridiano ed uno serale. altri tempi, altri uomini. ultimo, e non ultimo, il fatto che il padre di un mio compagno di classe fosse l'allora direttore del cinema excelsior, luogo in cui era previsto il concerto. quindi, dati tutti questi elementi, il mio compagno di classe, sua mamma ed io entriamo (gratis) nel cinema per assistere al concerto. per il fatto che eravamo per così dire degli invitati ci fanno accomodare non in platea, ma su uno dei balconcini che guardano il palco dall'alto. all'inizio la cosa mi indispettì un po', perchè, sebbene fosse il mio primo concerto, avrei voluto essere in qualche modo al centro dell'azione, e lassù mi sentivo un po' isolato.
ma quando alle 16 le orme salirono sul palco benedissi la casualità che mi aveva portato lassù. dall'alto della mia posizione ora posso dire privilegiata, potevo vedere perfettamente michi dei rossi circondato dalla sua batteria. era una ludwig, il leggendario modello octaplus. il nome, un gioco di parole derivato da octopus (piovra), voleva significare che la batteria aveva otto tom (tamburi, cioe) che avvolgevano totalmente il batterista. mi isolai quasi totalmente per magia da tutto il resto e mi concentrai per due ore sull'indiavolato michi e sul suo magico strumento, tirando un po' il fiato solo quando aldo tagliapietra imbracciava la 12 corde per stemperare la tensione elettrica del concerto.
alla fine, ero quasi più esausto di michi, ma ero felicissimo. di aver visto il mio concerto – di cui non capii quasi nulla – e di aver scelto il mio strumento. o fu quello a scegliere me?
una bimba mi aveva ammaliato due anni prima e ora la piovra mi avvolgeva nelle sue spire. fregato, per la vita



sabato 2 febbraio 2013

il nome della cosa


ho visto un film giusto ieri (neanche un granchè, per la verità, ma questo non deve, o dovrebbe cambiare la sostanza),e nei titoli di testa ho notato una cosa che mi ha fatto pensare. male, ovviamente.
ebbene, nei titoli si dice che il film è tratto da un' opera letteraria di qualcuno, non è importante chi. capperi. un'opera letteraria? e che cos'è un' opera letteraria? e che si intende nella fattispecie? a scanso di equivoci sono andato a controllare. ebbene, il film è tratto da 196 pagine scritte da un rispettabile giornalista italiano stampate e pubblicate da una famosa casa editrice italiana. un libro.
ora, l'avevo capito anche prima che si trattava di un libro. però, mi son detto, visto che qualcuno si è preso la briga di definirlo opera letteraria, magari è qualcosa di diverso, di più alto, che magari può sfuggire alla mia comprensione. macché, è un libro. un oggetto comunissimo ma straordinario, come la divina commedia o l'autobiografia di josè mourinho. volendo si possono definire sempre opere letterarie, ma ray bradbury in farenheit 451 li chiama libri, non opere letterarie, eppure sta parlando delle cose più preziose da difendere.
e allora, dove sta l'inghippo? complesso di inferiorità? di superiorità? fumo negli occhi? c'è qualcosa che mi sono perso o non capisco? e dunque il fatto di trovarmi di fronte ad un'opera letteraria, dovrebbe cambiare la mia disposizione d'animo, mettermi per dire in uno stato di vaga soggezione?
è un po' come quando si parla di graphic novel. graphic novel, che affascinante definizione. questo film è tratto da un graphic novel. ri – capperi. ma da quando non si chiamano più fumetti? dov'ero io quand'è successo? perché fumetto è brutto e graphic novel è bello? Quelli della marvel, di moebius o di frigidaire erano – sono - capolavori, ed erano – sono – fumetti.
e allora? si cercano definizioni nuove e più affascinanti per arginare o più probabilmente camuffare il montante imbarbarimento contemporaneo? si cerca una bella confezione per un contenuto più povero? e perché c'è questa sorta di latente vergogna, o imbarazzo, per quello che si fa, e si cerca di ridefinirlo? succede la stessa cosa con i bar. nessuno più, da tempo, apre un bar. giammai. Si apre un caffè. e se si ristruttura un vecchio bar (sempre sia lodato), quando riapre, diventa per magia un antico caffè. come se questo rendesse automaticamente le paste o i panini più buoni, il servizio migliore e naturalmente mi facesse spendere di più con atteggiamento più gioioso.
come se io domani potessi andare a comprare un'opera letteraria di fabio volo o un'opera discografica dei negramaro.

venerdì 1 febbraio 2013

abili alibi

con l'ispirazione bisogna fare come nello sfruttatissimo proverbio arabo - o è cinese? - e stare sulla riva del fiume, aspettando che passi, o bisogna attaccarla alla giugulare e berne il succo con avidità? bisogna aspettare l'argomento giusto o solleticante, o cedere all'urgenza di scrivere? ma bisogna avere un'urgenza anche qui? e c'è una dimensione da rispettare? o è un problema tutto maschile, come nel sesso (e visto che ci siamo si potrebbe tirare in ballo anche l'ansia da prestazione, già che ci siamo)?
bisogna  prendersi i nostri tempi o lasciare che la comodità della tecnologia smascheri i nostri alibi? in altre parole la pigrizia in questo caso è un vezzo o una mancanza? in ulteriori parole, ci vuole tempo per scrivere e scrivere ha i suoi tempi, o è bene imparare a scrivere mentre ci regge all'apposito sostegno sull'autobus o mentre si fa il soffritto?
bisogna immaginarsi il pc come carta ruvida sulla quale gli errori si notano o usare biecamente la tecnologia di cui sopra? e visto che siamo agli alibi, bisogna combattere la tendenza della comunicazione social network style e riconquistare una sana prolissità, o bisogna aderire con gioia alla lunghezza dei pensierini cinguettanti?
ed è bene guardare lo schermo con la ferma convinzione che le parole appariranno magicamente da sole sul medesimo, oppure ostentiamo noncuranza e aspettiamo la scintilla affaccendandoci in altre faccende?
non cerco e non chiedo risposte, ovviamente. anche se probabilmente le ho trovate scrivendo queste righe