martedì 28 maggio 2013

qualcuno deve pur averci presentato (primi incontri – casuali o meno e non sempre capiti – con i miei compagni di viaggio)


5. yes. l'appuntamento rimandato. prima parte


ho sempre avuto più che un debole, diciamo anche passione sfrenata, per gli albums dal vivo. tipo, fra i miei 100 dischi preferiti, ce ne saranno 60, più o meno. adesso, ai giorni i nostri, i dischi live, con l'ipertecnologia, il digitale, le basi, i click e quant'altro, sono diventati poco più che lussuose antologie, con in più (anzi in meno) gente che canta e batte le mani spesso a sproposito. negli anni 60, e soprattutto 70, era diverso. ma che ve lo dico a fare. gli albums dal vivo, erano veri e propri banchi di prova per i musicisti, coronamenti e spartiacque per le loro carriere. insomma era dove si vedeva l’uomo in faccia. nei live – intesi come dischi – i fans e la critica testavano la bontà e la resa dei brani denudati dagli effetti, dai trucchi o dagli orpelli delle sale di incisione. si alimentavano le leggende dei grandi performers, e i fans più lontani dai luoghi sacri del rock, potevano avere un’idea di quello che erano capaci i loro idoli su un palco. e i più piccoli potevano sognare di essere in prima fila ad un vero concerto. magari tenendo in mano la copertina di questi dischi, spesso doppi o tripli per contenere la durata di un ideale concerto, di solito ricchi di foto scattate proprio durante i concerti. ci sono album dal vivo che sono diventati leggendari, nel bene e nel male, ci sono stati artisti che hanno pubblicato tantissimi dischi live, altri molto più refrattari, dando ragione alle malelingue che li volevano incapaci di esibizioni degne dei loro dischi (i king crimson, per esempio), dischi registrati male o malissimo, ma assolutamente straordinari, dischi ascoltando i quali, ti sembrava – ti sembra – veramente di essere al concerto. alcuni riportavano concerti interi, altri erano presi da varie esibizioni dello stesso tour, altri ancora addirittura spaziavano in vari anni, talvolta anche con cambi di formazione. ma tutti questi dischi, alle orecchie del giovanissimo fanatico, avevano, un tratto e un gusto comune e, ovviamente, magico.
tutto questo lungo preambolo, per parlarvi del primo disco live che ho ascoltato. ma, da vero cialtrone quale sono, naturalmente adesso non mi ricordo, se il primo “in concert” che ho incontrato sia stato questo, oppure “le orme in concerto”. però, dato che del trio veneto, abbiamo già parlato, diamo questa palma al disco in questione. che poi, parlare di dischi, è comunque improprio, perché, come già detto, i primi incontri sono avvenuti grazie alle cassette, anzi alle musicassette.
avevo già iniziato a leggere ciao 2001 da qualche mese e quindi stavo scoprendo nuovi gruppi, anche se, è il caso di dirlo, talvolta solo sulla carta. in un numero primaverile del settimanale, c’era la recensione del concerto romano di un gruppo inglese, gli yes. oltre al nome, ricordo che mi colpì la foto a doppia pagina del bassista. indossava un completino arancione con tanto di mantellina, ed era impegnato al microfono. [ apro una parentesi. all’epoca il basso elettrico, mi intrigava, soprattutto perché non mi riusciva di distinguerlo fra gli altri strumenti. poi, quando ho imparato a riconoscerlo me ne sono innamorato. chiudo la parentesi ]. il servizio era molto dettagliato e si dilungava molto sull’abilità strumentale del quintetto.
in radio non trasmettevano gli yes, perché il loro ultimo doppio album, il cui titolo non riuscivo a capire (tales from topographic oceans) conteneva brani troppo lunghi. in più, un ragazzo al mare – un fiorentino sbruffone più grande di me – mi disse “gli yes? barocchi, iobono!”
quell’estate, mio padre partecipò ad un raduno di vecchi commilitoni. uno di questi, un omone di bologna che si chiamava selmi, venne a mangiare a casa nostra, con moglie e figlio. il ragazzo, biondo e secco, aveva, mi pare 16 anni. quando vide i miei ciao 2001, ne prese uno, e disse “anch’io lo compro sempre”. Iniziammo a parlare di musica. io facevo il bullo con i pochi nomi che conoscevo davvero e quelli che facevo finta di conoscere, lui – chissà come si chiamava – sciorinava nomi e dischi, dei quali cercavo di prendere mentalmente nota. “ah, gli yes, mi piacciono molto, soprattutto yessongs, bellissimo”. immaginatevi questa frase detta con forte accento bolognese. la confusione e la curiosità aumentavano.
qualche settimana dopo andai con mio padre al mercatino americano di livorno, uno dei luoghi mitici e magici della mia giovinezza. lì avrei comprato il mio primo impianto stereo serio e i miei primi rayban, naturalement.
e lì trovai, finalmente, yessongs.


lunedì 29 aprile 2013

twitto in una nota. aprite i cancelletti



visto che sono rimasto l'unico beota a non twittare, anche perché in 140 caratteri o quanti diavolo sono non riesco neanche a dire buongiorno, mi metto un po' in pari, con un po di spare twits (oh yeah, si dice coì no?)
 anche se un po' #accazzodicane

ma è sempre l'europa, la storia, la congiuntura o la maiala di su' ma' che lo chiede. e quello che chiede il popolo? #anoisemprestianti

saccomanni all'economia. cioè, un banchiere a risolvere i problemi causati dalle banche. che è, omeopatia? #sisicomeno

perché, il presidente dell'istat al lavoro? #madai.....

da quando rainews 24 è passata da mineo alla maggioni, è diventata come skytg24, cioè una copia di una copia di cnn. cioè la copia di una copia di una cosa inutile. con la differenza che la paghiamo di tasca. #aspettaoratelopagoilcanone

alla fine, ci tocca anche difendere grillo. nel bene o nel male è al momento l'unica forza consistente fuori dal coro, ci piaccia o no, ed è attaccata da tutte le parti. speriamo che non la facciano sempre fuori dal vaso. #comesiamoridotti

ma che me ne frega se i neo ministri arrivano con i mezzi propri, o in taxi. mi importerà piuttosto di quello che vanno a fare, o no? e allora la idem doveva arrivare in canoa?
#ehmatuseisempreilsolito

alla fine, a furia di urlare contro il regime, berlusconi ci si è trovato dentro mani e piedi, e grazie al suo partito di riferimento. il pd. che vitaccia. #sonounragazzosfortunato

7 donne al governo. si, ma due sono del pdl. non basta essere donna perché vi si perdoni tutto.  #ecchecappero

mi stupisce il fatto che fazio o saviano non siano entrati nel governo. ma probabilmente adesso faranno i consigli dei ministri a che tempo che fa.  #siamoazerozerozero

a me la lorenzin fa proprio paura. mi sembra una di quelle bambine mai morte in quegli horror gotici che si svolgono nel new england. oh, è uguale, con quei denti di ferro, poi....
#triciclocigolante

consiglio i tifosi della fiorentina di mettersi l'animo in pace: il terzo posto del milan fa parte degli accordi di governo. #aspettaterenzipremier

ma adesso si potrà scrivere "governo di pisa merda" o è vilipendio dello stato? #orachiudonoancheilvernacoliere

parlando con un amico albanese, ho scoperto che forse forse guadagnerei di più a tirana. e magari la vita costa anche meno. quasi quasi.....  #sonounragazzofortunato



martedì 16 aprile 2013

abbassa la tua voce, per favore. siamo al mercato

come ogni tossico che si rispetti - o come ogni anziano che si rispetti - ho sviluppato una certa ipersensibilità nei confronti dell'oggetto della mia dipendenza. forse la mia è anche iper ipersensibilità, ma lasciamo fare. sto parlando della musica, comunque. l'amo così tanto, così troppo che sopporto male, anzi non sopporto proprio il modo in cui viene trattata, usata, divulgata, intesa oggi. non voglio fare un trattato troppo generale anche perché mi ci vorrebbe troppo tempo e, poco ma sicuro, scivolerei immediatamente nel moralismo. cosa che mi riesce sempre benissimo, figuriamoci quando si parla di musica.
ma un paio di aspetti mi piace sottolinearli.
innanzitutto, c'è troppa musica in giro, tralasciando il fatto che c'è troppa gente che suona e canta. parcheggi, negozi, ascensori, ambulatori, bagni, cinema, attese al telefono, musei e, ovviamente aperibar (termine tecnico).
ok, io accendo lo stereo prima ancora di aver sfilato le chiavi dalla porta, ma sono in casa mia, ascolto quello che mi pare, come mi pare e al volume che mi pare, senza imporre niente a nessuno. forse qualcosina ai miei vicini, ma è roba di qualità, comunque. spero. per loro.
quindi, perché devo continuamente sorbirmi musica quasi sempre fuori luogo (è il caso di dirlo), riprodotta male, spesso troppo alta di volume. tralascio in questa sede di parlare della qualità.
la musica, secondo me,  è un'esperienza piuttosto completa, un piacere che dovrebbe essere il più possibile consapevole e volontario. perché debba sentire i modà da una tromba da pesciaiolo mentre parcheggio, o giorgia da un altoparlante da autoradio mentre aspetto il mio turno dal dottore o addirittura mario biondi a tutto volume se passo davanti a un bar figo, lo sa dio, o chi per lui. un po' di silenzio, ogni tanto, non fa male. e qui il discorso si allargherebbe ad altri campi della comunicazione, ma non voglio andare fuori tema, per ora.
o si commissionano a brian eno un migliaio di dischi di musica da ambienti. potrebbe essere un idea.
ma più di tutto, oggi, ho un problema con il suono della musica moderna. 
ogni epoca ha le sue cagate, musicalmente parlando, c'erano quaranta o cinquanta anni fa, ci sono oggi. forse oggi un po' di più, ma non ne sarei così sicuro onestamente.
il problema, anzi i problemi, sono essenzialmente due. o forse uno. il suono, come dicevo prima  e i generi vanno fieri verso un'eccessiva e già molto consistente omologazione.
oggi la musica viene essenzialmente riprodotta da dispositivi e altoparlanti di piccole dimensioni, ancorché sofisticati. pc, personal players, autoradio, mini stereo, tv. se va bene ogni tanto c'è un subwoofer, ma c'è stata nel tempo una drastica dismissione di frequenze audio per venire incontro alle esigenze di miniaturizzazione, e ahimè di design, dell'ascolto che ha condizionato parecchio il modo di registrare e purtroppo anche di concepire la musica. nel senso che c'è tutta una gamma di suoni e sonorità "di mezzo" che sono andati via via sparendo dalle canzoni, portandosi via una buona fetta di armonia, che ritengo sia una parte fondamentale di  ogni composizione, ma che oramai è un'araba fenice. in pratica, una larghissima parte delle canzonette che ascoltiamo oggi, viene concepita e realizzata così. una base ritmica molto accentuata, con la batteria molto spesso trattata elettronicamente e il basso molto basso (sia di frequenze che di volume), tastiere o chitarre che sostengono la melodia, e la voce registrata alta, altissima. per me in maniera insopportabile. oppure c'è un pastone inestricabile con la voce sempre squassante (i negramaro, per esempio). in più, le esigenze di programmazione radio e tv hanno tagliato via introduzioni e finali dalle canzoni. se ci fate caso, il 90 % dei pezzi di oggi, iniziano e finiscono con la voce. come se quarant'anni fa le canzoni non passassero in radio o tv, boh!
tutto questo impoverimento, questa standardizzazione, è dovuta anche all'assoggettamento nei confronti del genere, meglio del multigenere (scusate il neologismo) dominante: il genere musical/talent, in cui tutto ruota intorno alla voce. se ascoltate bene come vengono proposte le canzoni nei talent show, o come vengono reinterpretate nei musical - soprattutto le versioni italiane - o in serie tipo "glee", oppure in una scaletta media di una radio tendente al giovanile, vi sembrerà davvero di ascoltare, grosso modo, sempre lo stesso genere. ed è un genere che, al di là del valore artistico (ripeto, le cagate c'erano anche prima), a me urta letteralmente le orecchie. soprattutto per queste voci inspiegabilmente alte, che lasciano miseramente sullo sfondo gli strumenti, e fa sì che non possa apprezzare proposte un po'più valide. faccio un esempio. adele è probabilmente brava e le canzoni potrebbero essere anche belle. ma canta troppo forte e i pezzi hanno strutture poverissime. in mano ad un produttore vecchio stile, secondo me, farebbe scintille. ma siccome piace a tutti, andrà bene così. in fondo quanta gente ascolta musica da un paio di jbl anni '70?
però, questo qui dei marta sui tubi, per dirne un'altro, ma perché urla così? o cremonini? o alicia keys? 
fateli cantare più piano. mi farebbero cagare lo stesso, ma perlomeno li ascolterei un po' più serenamente

martedì 2 aprile 2013

pecce pecia calia nardo raseni. quando si predica bene e si ruzzle male

è da un po' che volevo dire la mia su uno dei passatempo più in voga del momento, poi altre questioni tipo elezioni multiple e scomparse celebri (ahimè anch'esse multiple) mi hanno distolto dal mio intendimento. nel frattempo ho continuato a praticarlo, cosa che sta rafforzando le mie convinzioni.
sto parlando di ruzzle, questo giochino di parole che ha stregato probabilmente milioni di possessori di smart phones. come sempre mi succede, arrivo sempre dopo la banda, e quando  finalmente l'ho scoperto l'ho scambiato per un altro giochino, bookworm, al quale mi dedicavo con buoni risultati diversi anni fa. e mi ricordava anche scarabeo. quindi, non prima di aver fatto il gradasso su facebook, ho scaricato l'applicazione. mi sembrava strano che un gioco simile potesse avere un tale successo in italia, ma tant'è. mi son detto, ho un po' di dimestichezza con l'italiano, ho un vocabolario non limitatissimo, vinco a mani basse. ah ah ah ah. ho subito immediatamente una sequela di cenciate epiche. non riuscivo veramente a trovare il famoso bandolo (bando. dolo. lo. do. ba). a un certo punto, però, mi son detto eccheccacchio, e ci ho fatto uno  studio sopra. e sono arrivato alla conclusione che non sarò mai un campione di ruzzle.
intendiamoci, io sono una schiappa, a volte non vedo le parole neanche se me le presentano con le patate e l'insalata o evidenziate di giallo. e per sovrammercato non sono velocissimo a digitare sul touch screen. però ritenevo di non essere così pessimo e quindi sono andato alla ricerca di qualche regola aurea per non prendere tutte le risolate che prendo. e in realtà non ne ho trovate. vi faccio qualche esempio. ruzzle accetta parole come pecce, pecia, calia, raseni,  racco, occa, taso, torro, drami, vinate, vine, tapa, sene. ho chiesto ai miei avversari (più spesso avversarie, vere e proprie maramalde) "come ci siete arrivati?", "a caso, cercando altre parole, bisogna digitare continuamente". si, buonanotte. non ci arriverò mai. e poi, il giochino non accetta i verbi composti (bevilo, mangiale, rompiti, ecc) o riflessivi (trovasi). perché? ruzzle non accetta i nomi propri, ma berta, nora e lisa si. piero si e pierot no. perché?
parimenti non accetta i nomi geografici, ma prende ebro, e reno (e non arno. esterofilia?). prende sirte e non sinai, brasile e non siria o cina. prende capri ma non cipro. perché?
prende alcuni nomi latini come ter , pria e sine. ma non vici o opra. perché?
allo stesso modo con i termini inglesi. prende club, gate, pass, ma non next. perché?
e gli esempi sono tantissimi. ammetto di essere pignolo, ma io non riesco a ricavare delle regole da tutto questo.
io perdo tempo a scrivere copti e prendo 10 punti, mentre qualche giorno fa (per puro caso) con zigate zigato ziga ho fatto 1200 punti. e non so neanche che significa!
ruzzle! perchè prendi roi e rue e non cheri? perché prendi torr (chi cacchio è?) e non zorro?
perché trii si e dui no? perché bit va bene e tera no?
lo so, forse tutto questo non giustifica il mio record di 189 perse e 82 vinte (alcune per abbandono), ma insomma qualcosa non quadra.
caro ruzzle, se prendi cristo, ti devi prendere anche inri

giovedì 21 marzo 2013

una vita in bianco e nero, una vittoria a colori. buon riposo, pietro

certo che questo 2013 è iniziato veramente male. kevin ayers, peter banks, alvin lee, marcello vento, e ora pietro mennea, un sacco di eroi di noi vecchi ragazzi se ne sta andando via di qui.
la morte di pietro, per tanti motivi, ci colpisce forse di più. per la giovane età, per l'universalità del personaggio, perché pietro appartiene a quel novero di eroi sportivi che per noi ragazzi cresciuti negli anni 70 rimangono immortali, come riva, panatta, thoeni, meneghin, merckx.
rivedere le immagini della finale di mosca mi ha fatto riflettere principalmente per il fatto di essere a colori. se non ricordo male quelle furono le prime olimpiadi che ho seguito interamente a colori, da casa. quelle di montreal del 1976 furono lo stesso trasmesse a colori, ma solo in via sperimentale e io le vidi in bianco e nero (in salotto) e a colori (dalla vetrina del negozio di elettrodomestici di fonte).
pietro, come gli altri, è stato per me essenzialmente un eroe in bianco e nero. bastava la fantasia di noi ragazzi a colorare le loro imprese. la vittoria di mosca arrivava , a ripensarci oggi, a chiudere un epoca e ad aprirne un' altra. anche perché era il 1980, era alle porte un decennio nuovo, tutto da esplorare, e avevo 18 anni....
pietro non era spettacolare come gigi, vincitutto come gustav, bello come adriano, gigantesco come dino o onnipotente come eddy. ma era mennea, lo sentivamo vicino, nonostante (o forse proprio per questo) fosse, diciamolo, antipatico, non telegienico e un po' scostante. ma ci dava dentro, anche quando non vinceva e arrivava dietro agli americani o a borzov, oppure lottava con quarrie e wells.
e quando alla fine ha vinto la gara più importante ci ha nello stesso tempo accompagnato, traghettato dalla fanciullezza - mi si passi il pascolismo - all'età adulta. me ne accorgo soltanto ora, dopo trent'anni.
delle scelte che ha fatto dopo, in questo momento non me ne frega un piffero, e tirarle fuori oggi, mi sembra fuori luogo.
tanto per noi vecchi ragazzi rimane un eroe in bianco e nero

martedì 19 marzo 2013

qualcuno deve pur averci presentato (primi incontri – casuali o meno e non sempre capiti – con i miei compagni di viaggio)


4. the who, il giallo e l'arancio


ho le idee un po' confuse riguardo a dove ho sentito per la prima volta un pezzo degli who. alla radio di certo. probabilmente a per voi giovani, sempiterna scintilla e forcipe dei miei destini musicali. ma potrebbe essere stato anche a radio montecarlo. di certo mi ricordo di carlo massarini che parlava di quadrophenia, di quel poco che riuscii a capire del significato del titolo, della confusione che avevo in testa. la storia parlava di un ragazzo, a quanto afferrai, dei suoi problemi di personalità, ed era narrata, interpretata, a quanto diceva carlo, da "quattro ragazzi inglesi", il titolo voleva alludere ad una schizofrenia doppia o voleva accostarsi anche alla quadrifonia, che era la nuova frontiera dell'ascolto hi fi dell'epoca (particolare invero irrilevante, data la povertà degli apparecchi dai quali ascoltavo la musica all'epoca)? e i "quattro ragazzi" c'entravano qualcosa anche nella storia? boh. un'altra cosa che mi ricordo è che questa definizione di townshend e compagni mi colpì, e quando vidi per la prima volta una foto degli who su ciao 2001, mi sembrarono tutto meno che ragazzi. i quattro erano sui 30 anni, stiamo parlando del 73/74, ma in ogni caso i loro cipigli me li facevano sembrare più vecchi.
se penso però al primo brano che mi ricordo di loro, 5:15, il pensiero va a radio montecarlo, e alla voce di riccardo heinen in un tardo pomeriggio che annuncia il titolo sui rumori di stazione ferroviaria che si sentono all'inizio del brano. una musica roboante. chitarre, trombe, una batteria martellante. poi delle pause improvvise. ammaliante
non avevo pero' mai visto la copertina del disco, perché era già uscito da quasi un anno, quando vidi le foto degli who sulla rivista. ma l'appuntamento con uno dei miei dischi favoriti in assoluto, era vicino.
inverno. ero a casa di mio cugino carlo, stavamo facendo i compiti. eravamo compagni di classe, prima media. passa il di lui fratello maggiore e parimenti mio cugino paolo, con un mangiacassette in una mano e due cassette nell'altra. "che cosa hai lì?" gli chiedo. paolo, che all'epoca era piuttosto parco di parole, mi porge i due nastri. hanno la stessa copertina, in bianco e nero. una cassetta è bordata di giallo e una di arancio. guardo la costola. capperi, ma è quadrophenia. scorro i titoli, trovo 5:15, e ne trovo un altro, doctor jimmy. è il protagonista? e che è, un dottore? mistero. che si infittisce quando sul diario di paolo fra i tanti nomi di dischi e complessi vedo scritto quadrophenia e sotto "jimmy the mod". e questo chi è, un parente? e che cos'è un mod? mah......
curiosamente, per un bel po' l'unico brano di mia conoscenza di quadrophenia rimase 5:15, questo perché il primo disco degli who che ho comprato è stato "odds & sods", un disco minore nella produzione dei "quattro ragazzi inglesi" e infinitamente più semplice, ma anche l'unico che c'era in quel momento nel mio negozio di riferimento.
il mio a tutt'oggi ininterrotto rapporto con questo magnifico doppio album riprese, o meglio riesplose, un paio di anni dopo, quando comprai il vinile, corredato da un magnifico libro di foto in bianco e nero, e poi il cd, acquistato ad edimburgo.
ho poi capito chi era il protagonista della storia, chi erano i mod e se c'era un dottore.
il disco, soprattutto, mi sta a cuore, perché è stato il primo che ha rivelato il comune sentire mio e di paolo per il rock, che ci avrebbe portato a vivere un'entusiasmante stagione di scoperte. e mi avrebbe anche iniziato, imitando mio cugino, a rempire i diari scolastici con i nomi e le formazioni dei miei eroi musicali.
ah, sono andato a ricercare due foto della versione in cassetta, e ne ho trovata una gialla e una rossa. io, come detto, me ne ricordo una gialla e una arancio. e mi piace ricordarla arancio

http://youtu.be/OR5v4yyPV6Y

venerdì 15 marzo 2013

le vuoi beige? provale rosse! the foot hooker

sono andato in un grosso centro commerciale, oggi. ho un paio di vecchie adidas che porto da venti anni che ahimè devo cambiare, ma solo perché una di esse ha un buco. da diversi mesi sono alla ricerca di un modello simile, quantomeno nel colore (color sabbia diciamo), ma in paese non sono riuscito a trovarlo. eppure mi pareva un colore abbastanza usuale, finanche anonimo. macché. proviamo il negozione.
quindi sono andato al centro commerciale e sono entrato in questo negozio, che vende unicamente scarpe sportive. i commessi - giovanissimi - sono vestiti come arbitri dei campionati di college americani.
appena entro, uno di questi mi fa "ciao! tutto a posto?" tutto a posto? ciao? (a dire lì per lì non mi ero neanche reso conto che l'imberbe si fosse rivolto a me, tanto mi è sembrato incongruo l'approccio)
a parte ma che ca**o vuoi e diamoci del lei, si presume che io sia entrato a cercare un paio di scarpe e non supporto psicologico, e quindi limitiamoci a quello, magari.
"non ho ancora un'idea precisa", ho risposto mentendo. visto che il tipo non si schiodava ho detto che cercavo un paio di scarpe che sostituissero le mie vecchie cross country, ma la cosa importante era il colore, il suddetto sabbia. "non abbiamo molto come cross", fa lui ignorandomi. "ok, ma l'importante è il colore" ribatto inutilmente.
"ma sai - insiste e insiste anche con il tu - non è un colore molto usuale". "ma che ca**o dici", ho pensato, se non è usuale questo, e mi son guardato intorno. sembrava di essere in un negozio di caramelle. pareti di scarpe fucsia, prugna, arancione, celestino, verde, bluette. qualche macchia bianca. niente di grigio/beige, ovviamente
per scrollarmi di dosso il foruncoloso e la sua insistenza, mi provo un paio di scarpe rosse (?). mentre mi infilo le scarpe entra un mio coetaneo, al quale va peggio che a me. "ti vedo disorientato" lo apostrofa una giovane collega del mio nuovo amico in maglietta a strisce. quando è troppo è troppo. "scusami - faccio al commesso - ma queste non sono quelle che cerco", saluto. "ciao, non ti preoccupare" mi fa lui, facendomi capire che se non trovo un paio di scarpe usate alla caritas, dovrò girare scalzo.
ora, io capisco che in queste grosse catene abbiano esclusivamente commessi giovanissimi che possono far lavorare come muli per pochi spiccioli e che sono chiaramente indottrinati su come approcciare il cliente, e che non abbiano margine di manovra in questo senso.
probabilmente questo tipo di aggressiva invadenza, questo porre il cliente in una condizione di inferiorità pagano. oggi hanno perso una vendita, poco ma sicuro
per la nuda cronaca, poco più avanti c'era un altro negozio di sport. sono entrato, nessuno mi ha cagato, ho individuato due paia di scarpe, me le sono provate, e ne ho acquistate un paio. non proprio quelle che cercavo, ma abbastanza vicine.
inutile dire che, uscendo dal centro commerciale, mi sono fermato davanti alla vetrina del primo negozio ostentando il sacchetto del secondo negozio