sabato 31 gennaio 2015

una volta si chiamava pop. storia di un amore. terza parte


L'esiziale 1973 è stato anche l'anno della licenza elementare. l'abbandono di grembiule, bavero e fiocco segnava l'inizio di un periodo di vacanze dal sapore vago e indefinito. non ero così conscio di quello che mi aspettava, suppongo – una nuova scuola, nuovi compagni e più tardi anche una nuova casa – e quindi il futuro non mi sgomentava più di tanto. con me funziona al contrario di quello che è usuale per molti. a me fa paura quello che conosco, non l'ignoto. se non lo conosco, come fa a farmi paura? non sono mica così malfidato. e poi, ovviamente, avevo la musica a cui pensare. per voi giovani, il programma radiofonico pomeridiano della rai non andava in vacanza per fortuna, cosicchè la valanga di nuovi, gracchianti (ahimè) e sempre sorprendenti suoni provenienti dalla mia piccola sanyo rossa non si sarebbe fermata neanche negli altrimenti insopportabili lunghi mesi estivi.
l' evento clou di quei mesi sarebbe stato in ogni caso il mio approdo alla scuola media. i tanti libri che sostituivano il sussidiario, la borsa a tracolla al posto della cartella sulle spalle, l'acquisto del toni blu (tuta da ginnastica per i non abitanti in provincia di firenze) e l'andare a scuola "in borghese" mi elevarono immediatamente al rango di giovanottino di belle speranze.
belle speranze, ahimè, ben presto frustrate dalla sezione in cui ero stato inserito, la q, che si rivelò essere collocata ai margini estremi del sistema didattico italiano. in un paio di mesi, pochissime ore di lezione, ed un tourbillon di professori da capogiro. la mia premurosa genitrice penso bene allora di affidare l'educazione del proprio pargolo alla scuola privata, nella fattispecie a quella dei padri scolopi. (inciso: io sono adesso del tutto contrario alla scuola privata e pure ateo, ma non avevo allora potere decisonale, forse credevo ancora ed erano francamente altri tempi).
il fatto che in prima media ci fosse già mio cugino carlo, fece si che potessi essere inserito nella sezione a, quella dei vips, anzichè nella b, quella che toccava a chi aveva frequentato le elementari altrove. e questa, incredibile dictu, si rivelò una mossa fondamentale per la mia formazione musicale, per vari motivi.
in primis, i ragazzini benestanti avevano già acquistato qualche cassetta pop, e in questo modo venni a conoscere artisti un po' diversi da quelli che avevo iniziato ad ascoltare, e che poi si sarebbero dimostrati grandi compagni di viaggio nel mio cammino, tipo crosby, stills, nash & young e francesco de gregori. ma soprattutto diversi di questi ragazzi avevano fratelli maggiori che compravano i dischi. i dischi veri, intendo.
venire a contatto con i dischi dei fratelli maggiori, è un classico fra le iniziazioni alle cose da adulti o presunti tali. non essendo il mio particolarmente interessato al pop (mi portò però a vedere jesus christ superstar – il film - nonostante non avessi i 14 anni necessari, e non è poco), mi rivolsi ai fratelli di altri. avevo visto i dischi a 33 giri, long playing si chiamavano allora, solo nei negozi o in qualche casa di amici di famiglia, ma mai dischi pop. ne aveva il fratello di un mio amico (lo racconto qui http://giannozzo.blogspot.it/2013/02/qualcuno-deve-pur-averci-presentato_9858.html).
e ne aveva tantissimi il fratello di un altro mio compagno di classe. la famiglia era piuttosto abbiente e (di conseguenza?) piuttosto spilorcia. quando con altri ragazzi andavamo a casa sua dovevamo praticamente muoverci al buio: le luci venivano accese dopo che eravamo entrati in una stanza, e venivano spente prima di uscirne. ricordo anche piuttosto nitidamente una merenda a base di pane e sale. difficile da dimenticare, direi. un giorno in un improvviso empito di ospitalità, o più probabilmente per disattenzione, ci fece entrare, al buio, nel salotto buono. quando accese la luce vidi l'eldorado. incastonato in un sontuoso mobile bianco c'era un mastodontico impianto hi fi: giradischi thorens, amplificatore marantz, registratore a cassette akai, registratore a bobine teac. lo ricordo benissimo, erano le marche degli impiantoni che si vedevano nei negozi di lusso. e dischi, tanti dischi, sul primo della fila c'era una mucca al pascolo. Il nostro ospite ci proibì persino di toccarli. ebbe però la magnanimità di far partire il registratore a bobine: ne uscì un suono purissimo, potente e profondo che, manco a dirlo, mi ammaliò. sulla bobina c'era scritto atom heart mother, era il disco con la mucca, come avrei scoperto qualche tempo dopo.
l'incanto durò naturalmente pochi minuti, perchè il nostro compagno spense tutto frettolosamente.
ma oramai la frittata – l'ennesima – era fatta. dovevo quanto prima passare ai long playing

sabato 22 febbraio 2014

da lassù, messere, si domina questa valle? non ci rompete, ve ne prego.

il 2013 ci si è messo veramente di buzzo buono per portarsi via gran parte del XX secolo, da lou reed a nelson mandela, da alvin lee a jannacci, passando per mennea e mariangela melato, i nostri eroi ci stanno lasciando soli. e anche il 2014 sembra non scherzare: abbiamo già detto ciao ad abbado, freak antoni e adesso, anche a francesco.
la prima volta che vidi il banco del mutuo soccorso in concerto (che è cosa ben diversa dal dire live, badate bene), fu allo stadio di pontedera, presumo nel 1974 0 75. sapevo pochissimo di loro, qualcosina sentita in tv - si, in tv, erano gli anni 70 - conoscevo la copertina a salvadanaio e ovviamente il loro nome. ne giravano di nomi strani all'epoca, ma questo li batteva tutti.
il concerto iniziò con molto ritardo, problemi di organizzazione, a quanto poté capire il vostro spaesato 12enne, problemi di soldi, per quanto posso ricostruire ora: ricordo che mentre francesco parlava, un ragazzo con barbetta passava fra il pubblico raccogliendo soldi e urlò rivolto a francesco "ma stasera non becchi un ca**, fascista!" parimenti, durante l'introduzione parlata, una ragazza accanto a me ad un certo punto sbattè a terra l'eskimo dicendo "eh, no, questo non lo accetto!" non mi ricordo cosa non accettasse: forse il fatto che fosse luglio nonostante lei avesse l'eskimo. ma erano gli anni 70, vi ripeto.
ricordo praticamente nulla del concerto. ricordo solo francesco. la sua presenza, magnetica, quasi immobile, iconica si direbbe oggi, in mezzo al palco, mentre gli altri si davano un gran daffare. mi colpiva il fatto che un gruppo progressive, genere nel quale intuivo la preponderanza della parte strumentale, avesse addirittura un cantante solista.
la pfm ed il banco sono stati un po' i beatles ed i rolling stones per il pop italiano, ed io confesso di essere stato un po' più premiatista o premiatano. ho visto la pfm una quindicina di volte, ed il banco solo quattro o cinque.
ma la pfm non aveva un cantante come giacomo, nessuno ce l'aveva in italia, e pochi nel mondo, almeno in ambito progressive, ammesso che questo ambito esista.
nonostante la padronanza aulica della lingua e la carica immaginifica dei suoi testi in italiano, il primo lp che ho avuto del bms è stato "banco" un disco del 75, fatto di brani storici reinterpretati in inglese per il mercato britannico. l'ho appena riascoltato: la pronuncia di francesco appare ancora convincentissima ed assolutamente credibile. tristezza nella tristezza, la riedizione in cd di questo disco è corredata dalle brillanti note di copertina, anch'esse in inglese, di ernesto de pascale.
grande, immenso francesco, anche nei bui anni 80, periodo foschissimo per molti eroi dei seventies, lui e il banco non hanno mai perso un'oncia di dignità e neanche di affetto da parte del loro pubblico, un commovente zoccolo durissimo che ha seguito la carriera del gruppo in questi oltre quarant'anni. ricordo solo una leggermente imbarazzante versione di hey joe fatta con sam di sam e dave (o era dave?), corredata da un video veramente troppo amatoriale. perdonabile.
l'ultima volta che ho visto il banco, è stato a roma nel dicembre 2010, alla prog exhibition.
c'erano soltanto francesco e vittorio nocenzi della formazione originale, più un manipolo di giovani bravissimi musicisti. c'era anche rodolfo maltese,a dire il vero, ma il chitarrista, malato da tempo, stava sul palco relegato in un angolo, a volume praticamente zero, giusto per sentire il calore dei fans. lo stesso francesco purtroppo aveva problemi di voce, cosa che non frenò, ricordo bene, la sua leggendaria vis polemica. fu un concerto largamente strumentale, portato avanti in maniera straordinaria e commovente da vittorio, che dette l'anima in quei pezzoni da 15 minuti, come metamorfosi o rip. di francesco, come sempre, ho negli occhi il magnetismo quasi paradossale di quella figurina vestita di rosso, anche quando si fece da parte per lasciare il microfono a john wetton dei king crimson per una bellissima versione di starless.
un'altra cosa mi colpì. quando fu il turno del banco - vari gruppi si avvicendavano - sotto il palco si radunarono, quasi per incanto, un sacco di ragazzi giovanissimi, nei cui occhi lessi un entusiasmo che mi commosse letteralmente. certo, eravamo a roma, il banco era il gruppo de casa, dopo ci sarebbero stati i lumbardun della pfm, ma credetemi, questo entusiasmo il banco lo ha trasmesso a generazioni e generazioni in giro per l'italia.
francesco è stato insieme a demetrio stratos, con tutte le differenze del caso, il più grande cantante rock italiano, e non ha un briciolo di erede (quando uscì il primo disco del banco aveva 25 anni!)
non solo. se parliamo di progressive, togliamo peter gabriel, peter hammill, jon anderson, greg lake, derek shulman, roger chapman. conoscete qualche altro cantante più grande di francesco? io no. ma questo conta poco, oramai.
ciao francesco, salutaci il mago. speriamo di veder volare il tuo carro alato

lunedì 28 ottobre 2013

qualcuno deve pur averci presentato (primi incontri - casuali o meno e non sempre capiti - con i miei compagni di viaggi


6. lou reed, o del rispetto


detto fra noi, non mi ricordo esattamente quando ho ascoltato per la prima volta rock'n'roll animal, né chi fosse stato il pusher in quell'occasione. '74 o '75, probabilmente il long playing. perché quello che mi colpì al primo ascolto, e mi colpisce tutt'ora di quel disco è il suono. pieno, quasi ridondante, avvolgente, saturo, inesausto ed inesauribile. 
non sapevo molto di lou, allora. nel mio adolescenziale bisogno di catalogazione a tutti i costi lo classificavo genericamente nel glam. avevo ascoltato un po' di david bowie, pinup e aladdin sane, senza troppo entusiasmo, troppo pop per un giovane purista nerd come me.
quando parlo di questi primi ascolti, primi incontri con i dischi per me fondamentali, tendo forse a ripetermi. ma ci posso fare poco: veramente l'impatto di questi dischi è sempre fulminante. in questo caso, l'inizio del disco è affidato ad una lungo strumentale guidato dalle chitarre di dick wagner e steve hunter, veri dominatori di tutto l'album, che dialogano su un variopintissimo (esiste il superlativo?) tappeto di basso, batteria e tastiere. dopo diversi minuti entra, sorniona e strafottente, la voce di lou, e il pezzo diventa sweet jane. 
come dire che fino ad un minuto prima era storia, ed adesso è leggenda.
il contrasto fra il sontuoso magma strumentale e la voce un po' atona ed insolente del capobanda è il vero quid che fa grande il disco, il miracolo che ha ammantato di leggenda questo album. oltre all'infilata di brani mitologici.
così ho scoperto lou reed. avrei realizzato con il tempo che questa era soltanto una delle mille sfaccettature di quest'uomo straordinario. poeta secondo forse solo a dylan, uno che ha collaborato con andy warhol, robert wilson e i metallica, ispiratore e padrino di generazioni di correnti e musicisti, innovatore sempre, comunque e nonostante.
da quel primo ascolto, non sono diventato un superfan di lou, nel senso che non conosco tutti i suoi dischi (ne avrà fatti tremila), ma è forse il musicista che rispetto di più in assoluto e penso che abbia disseminato nella vicenda culturale del XX secolo alcune pietre miliari imprescindibili. 
francamente, pensavo che lou fosse immortale, tanto mi sembra fondamentale la sua presenza nel mondo. la sua scomparsa mi ha parecchio scosso. anche perché quando questi titani ci lasciano, rimaniamo sempre più soli in compagnia della miriade di cazzoni che ci attorniano e ci soffocano con la loro piccineria, e che messi uno sull'altro non arrivano neanche alle caviglie di lou.
forse, se avessi ascoltato transformer prima di rock'n'roll, non mi sarei attaccato a lou in questo modo. meno male

http://youtu.be/Nn5D2l37rdY

giovedì 29 agosto 2013

questi o quelli, per me pari son. confessioni di un vero fan

quando mi chiedono, o mi chiedo, quale sia il mio gruppo o artista preferito, sono sempre piuttosto indeciso sul da decidersi. preferirei infatti stilare una classifica tutta di ex aequo, tali e tanti sono i miei idoli. 
qualitativamente parlando non posso fare classifiche e poi sarebbe come dire se voglio più bene a mamma o a babbo. complessivamente, diciamo incrociando quantità e qualità, potrei dire i fairport convention, ma fra i circa 50 dischi che ho di loro, ci son diverse cadute di tono: in una carriera di oltre quarant'anni ci sta. o potrei dire i free, perché no. ma in questo caso, al contrario, la loro - cinque anni e sei dischi - è stata una vicenda lampo ancorché fulminante, si perdoni il calembour. stesso dicasi per i gentle giant, mentre per gli yes vale il discorso fatto per i fairport.
forse joni mitchell ha un percorso più uniforme, anche se di alcuni suoi dischi non sono così innamorato (perdono).
a conti fatti, è il caso di dirlo, potrei dire i genesis. da trespass a duke non scorgo eclatanti passi falsi, e trovo del buono anche nei dischi seguenti. anche perché di loro sono un vero fan, ma veramente vero, che non fa troppe distinzioni fra pre e post peter. 
si, ok, prima che qualcuno arricci il naso inorridito: i capolavori con la voce di peter, foxtrot, nursery crime, bla bla bla. per carità.
d'altra parte il primo disco che ho sentito di loro - e forse ancora quello che mi è più caro - è selling england by the pound, che si apre proprio con la voce nuda di peter: comprai la cassetta alla mostra dell'artigianato di firenze, insieme ad in rock dei deep purple, nel 1974, e la voce di peter gabriel mi folgorò, letteralmente. d'altra parte, sarei falso se non dicessi che amo allo stesso modo trick of the the tail e wind and wuthering, e che le interpretazioni di phil collins se la giocano con quelle di peter gabriel (avete ascoltato bene seconds out?).e anche dischi come and then there were three e duke hanno dentro canzoni bellissime.
chi dice che i genesis sono finiti dopo il divorzio da peter, probabilmente non ha mai realmente ascoltato niente di loro, di questo sono più che convinto, dopo la pubblicazione di the lamb lies down. che, diciamolo, era un disco un po' ridondante e con diversi pezzi superflui.
io ho avuto la fortuna di vederli dal vivo a zurigo nel 1982 ed a tirrenia nel 1983 con chester thompson alla batteria e daryl stuermer alla chitarra. concerti, anzi spettacoli fantastici. chiedete a chi c'era, oppure ascoltate i due cofanetti genesis archives. versioni magnifiche dei pezzi post gabriel e interpretazioni assolutamente all'altezza delle canzoni originariamente cantate da peter gabriel. d'altra parte phil e peter hanno, meglio avevano, un timbro vocale simile, e gabriel non ha mai fatto mistero di ispirarsi a collins, che tecnicamente è sicuramente più dotato, anche se peter ha una indubbiamente superiore personalità. per dire, su selling england c'è un pezzo cantato da phil, more fool me. io personalmente - ma so di non essere il solo - ho scoperto solo diversi anni dopo che non era peter a cantarla....
non ho avuto prove, e d'altra parte non avrebbe senso alcuno dire se dal vivo erano meglio i genesis con peter gabriel di quelli senza. ci sono i dischi live, è vero. dai quali si desume che erano concerti e situazioni diverse, ma ugualmente mirabolanti. in realtà ci sarebbe ancora oggi il modo per capire ed apprezzare come fossero grandiosi i genesis su un palco. esiste un gruppo di maniaci canadesi, si chiamano musical box, che si sono presi la briga di riproporre i concerti di diverse tournéés dell'epoca d'oro. i tizi non sono una cover band dei genesis. loro, dal momento in cui salgono sul palco, "sono" i genesis. si muovono e parlano come loro, oltre a suonare, ca va sans dire, quasi come loro. strumenti e scenografie originali d'epoca, fanno da complemento ad uno spettacolo imperdibile per ogni vero fan. si ha modo di vedere veramente come si sviluppavano i brani e come si dipanavano le complesse trame dei nostri inni preferiti. in maniera fedelissima, del resto, anche perché i tipi sono così maniaci da avere un batterista pelato, mancino e che canta come phil! io ho visto i concerti delle tournéés di selling england e di the lamb. fortissime. i musical box mettono in scena anche the trick of the tail, ovviamente con un sosia di bill bruford! se vi capitano a tiro, e se siete veri fan, non ve li fate scappare.
w i genesis, con o senza, è uguale






mercoledì 12 giugno 2013

qualcuno deve pur averci presentato (primi incontri – casuali o meno e non sempre capiti – con i miei compagni di viaggio)

5. yes, l'appuntamento rimandato. seconda parte

era pomeriggio, ed era caldo. in quel banco - come in molti altri del resto - fra rayban, field jackets, t- shirts fruit of the loom, schiuma da barba noczema, e altre americanate - c'erano anche degli di scaffali di legno pieni di  musicassette e di stereo otto. c'era roba visibilmente taroccata, cassette di liscio e stornelli livornesi e roba un po' più seria, oltrechè, diciamo così, legale. mi ero già fermato a quel banco, forse il proprietario era amico di mio padre, ma non avevo mai trovato niente che mi attirasse. ma quel giorno la mia attenzione fu catturata da quella sorta di pacchettino appoggiato sopra lo scaffale. erano due cassette in un'unica confezione, dal colore giallo/marrone. sopra c'erano disegnati una specie di cervo ed uno strano pesce adagiato su un fungo. non avevo mai visto quel disegno in particolare, ma mi ricordavo delle copertine viste su ciao 2001 o al negozio di dischi, e realizzai che fossero gli yes. guardai la costola, anzi le costole, delle cassette e mi illuminai. eccolo! in un colpo solo gli yes, e addirittura yessongs, il disco magnificato dal ragazzo di bologna. non osavo estrarre le cassette dalla confezione, avevo paura  di romperla, quindi non sapevo quanti e quali brani ci fossero (che differenza avrebbe fatto, poi?), ma lo volevo. "babbo prendo questa". "ma costa un monte", "son due" "e prendine una sola", "non si può sono insieme, è un disco solo" "ma è uno o due?", "uno, ma fatto di due cassette", "vabbé". dura la vita del giovane rocker.
tornando a casa in macchina tirai fuori le cassette. erano marroncine, su una copertina il pesce, sull'altra il cervo. 8 canzoni da una parte, 5 dall'altra. poche. chissà come sono lunghe. guardo i titoli, alcuni sono stranissimi "siberian khatru", "the fish (schindleria praematurus)", altri hanno dei sottotitoli numerati. boh!
torno a casa, è ora di cena, non mi posso mettere ad ascoltare le cassette subito. dalla bibbia ciao 2001 evinco che è un disco registrato dal vivo (te pareva) e che il vinile è addirittura triplo (triplo!). inserisco la cassetta nel fedele (non tecnologicamente parlando, ahimè) registratorino sanyo e mi arrivano dei suoni piuttosto strani. come recita la copertina si tratta di "opening (excerpts from firebird suite)" di stravinsky. capisco subito che è un brano di musica classica - genio - ma mi ci vorranno anni per capire che il brano è registrato e non suonato dagli yes. tant'è, ad un certo punto il pezzo letteralmente esplode in una, arguisco, schitarrata distorta. è l'inizio di "siberian khatru", ed inizia la mia prima volta con yessongs.
l'ascolto è a dir poco faticoso, il ritmo è spesso inusuale e talvolta spezzettato, gli strumenti sono molti e suonano in maniera vorticosa, i brani molto lunghi. ogni tanto dal magma sonoro emergono un pianoforte, un organo, una chitarra meno distorta, una voce dal timbro angelico a riposare un po' le orecchie. c'è da dire che ci sono diverse melodie che colpiscono, anche se incastonate in strutture strumentali spesso furenti. 
di lì a poco andai al mare, per le vacanze, a san vincenzo. avevo nel frattempo dedicato un bel po' di ascolti alle cassette. alcuni brani iniziavano ad essermi leggermente più familiari, anche se la confusione regnava ancora sovrana. sentivo netta la preponderanza della chitarra di steve howe, anche se ero ammaliato dagli interventi delle tastiere di rick wakeman, che alle mie giovani orecchie (ma anche a quelle attualmente invecchiate) suonavano, chissà perché, inconfondibilmente british. in più nel brano "the fish (schindleria praematurus)", c'era una lunga performance di uno strumento che sembrava una chitarra, anche se distorta in maniera curiosa. 
quell'estate i miei invitarono da noi al mare la famiglia dell'ex commilitone di mio padre. mi potei così pavoneggiare con il ragazzo di bologna del mio acquisto e di una competenza che non avevo su yessongs. il biondino faceva battute da nerd, ma mi dette informazioni vitali per la comprensione del disco monstre e per la mia nascente carriera di maniaco del rock.
per esempio mi disse che il brano "excerpts from the six wives of henry VIII" era suonato tutto dal tastierista rick wakeman e che conteneva estratti dal suo disco solista, che all'epoca dell'uscita di yessongs non era ancora arrivato nei negozi. ma soprattutto, rivelazione delle rivelazioni, mi disse che quello che si ascoltava in "the fish" era in realtà un basso. dettaglio non da poco, dato che la notizia avrebbe cambiato per sempre la percezione di quello che sarebbe diventato il mio strumento preferito. e di un disco che non mi avrebbe più abbandonato.
curiosamente, ho acquistato il triplo long playing, la versione in vinile intendo,  abbastanza di recente, solo dopo aver acquistato la prima versione - doppia - in cd. ebbi modo però già all'epoca di avere tra le mani la magnifica, sontuosa, opulenta copertina del disco, con i disegni di roger dean, che, anni dopo, avrebbero ispirato i paesaggi di "avatar" di james cameron.
oltre al triplo vinile, ho tre (!) versioni in cd di yessongs. la prima, diciamo normale, mi è stata poi autografata da bill bruford, scusate se è poco. poi ho quella rimasterizzata, ed una cartonata che riproduce la copertina originale. caratteristica comune di tutte le versioni del disco - sul quale potrei partecipare ad un quiz a premi - è che la qualità della registrazione non è mai sopraffina. pazienza.
la famiglia bolognese rimase solo qualche giorno da noi.  tutte passate col biondo ragazzo bolognese a parlare di musica, e di yes.
non l'ho più rivisto, e purtroppo non mi ricordo come si chiamava. mi piacerebbe rivederlo, anche solo per ringraziarlo.

http://youtu.be/mASjsw9zIos


la prima parte del racconto si trova qui

http://giannozzo.blogspot.it/2013_05_01_archive.html


martedì 28 maggio 2013

qualcuno deve pur averci presentato (primi incontri – casuali o meno e non sempre capiti – con i miei compagni di viaggio)


5. yes. l'appuntamento rimandato. prima parte


ho sempre avuto più che un debole, diciamo anche passione sfrenata, per gli albums dal vivo. tipo, fra i miei 100 dischi preferiti, ce ne saranno 60, più o meno. adesso, ai giorni i nostri, i dischi live, con l'ipertecnologia, il digitale, le basi, i click e quant'altro, sono diventati poco più che lussuose antologie, con in più (anzi in meno) gente che canta e batte le mani spesso a sproposito. negli anni 60, e soprattutto 70, era diverso. ma che ve lo dico a fare. gli albums dal vivo, erano veri e propri banchi di prova per i musicisti, coronamenti e spartiacque per le loro carriere. insomma era dove si vedeva l’uomo in faccia. nei live – intesi come dischi – i fans e la critica testavano la bontà e la resa dei brani denudati dagli effetti, dai trucchi o dagli orpelli delle sale di incisione. si alimentavano le leggende dei grandi performers, e i fans più lontani dai luoghi sacri del rock, potevano avere un’idea di quello che erano capaci i loro idoli su un palco. e i più piccoli potevano sognare di essere in prima fila ad un vero concerto. magari tenendo in mano la copertina di questi dischi, spesso doppi o tripli per contenere la durata di un ideale concerto, di solito ricchi di foto scattate proprio durante i concerti. ci sono album dal vivo che sono diventati leggendari, nel bene e nel male, ci sono stati artisti che hanno pubblicato tantissimi dischi live, altri molto più refrattari, dando ragione alle malelingue che li volevano incapaci di esibizioni degne dei loro dischi (i king crimson, per esempio), dischi registrati male o malissimo, ma assolutamente straordinari, dischi ascoltando i quali, ti sembrava – ti sembra – veramente di essere al concerto. alcuni riportavano concerti interi, altri erano presi da varie esibizioni dello stesso tour, altri ancora addirittura spaziavano in vari anni, talvolta anche con cambi di formazione. ma tutti questi dischi, alle orecchie del giovanissimo fanatico, avevano, un tratto e un gusto comune e, ovviamente, magico.
tutto questo lungo preambolo, per parlarvi del primo disco live che ho ascoltato. ma, da vero cialtrone quale sono, naturalmente adesso non mi ricordo, se il primo “in concert” che ho incontrato sia stato questo, oppure “le orme in concerto”. però, dato che del trio veneto, abbiamo già parlato, diamo questa palma al disco in questione. che poi, parlare di dischi, è comunque improprio, perché, come già detto, i primi incontri sono avvenuti grazie alle cassette, anzi alle musicassette.
avevo già iniziato a leggere ciao 2001 da qualche mese e quindi stavo scoprendo nuovi gruppi, anche se, è il caso di dirlo, talvolta solo sulla carta. in un numero primaverile del settimanale, c’era la recensione del concerto romano di un gruppo inglese, gli yes. oltre al nome, ricordo che mi colpì la foto a doppia pagina del bassista. indossava un completino arancione con tanto di mantellina, ed era impegnato al microfono. [ apro una parentesi. all’epoca il basso elettrico, mi intrigava, soprattutto perché non mi riusciva di distinguerlo fra gli altri strumenti. poi, quando ho imparato a riconoscerlo me ne sono innamorato. chiudo la parentesi ]. il servizio era molto dettagliato e si dilungava molto sull’abilità strumentale del quintetto.
in radio non trasmettevano gli yes, perché il loro ultimo doppio album, il cui titolo non riuscivo a capire (tales from topographic oceans) conteneva brani troppo lunghi. in più, un ragazzo al mare – un fiorentino sbruffone più grande di me – mi disse “gli yes? barocchi, iobono!”
quell’estate, mio padre partecipò ad un raduno di vecchi commilitoni. uno di questi, un omone di bologna che si chiamava selmi, venne a mangiare a casa nostra, con moglie e figlio. il ragazzo, biondo e secco, aveva, mi pare 16 anni. quando vide i miei ciao 2001, ne prese uno, e disse “anch’io lo compro sempre”. Iniziammo a parlare di musica. io facevo il bullo con i pochi nomi che conoscevo davvero e quelli che facevo finta di conoscere, lui – chissà come si chiamava – sciorinava nomi e dischi, dei quali cercavo di prendere mentalmente nota. “ah, gli yes, mi piacciono molto, soprattutto yessongs, bellissimo”. immaginatevi questa frase detta con forte accento bolognese. la confusione e la curiosità aumentavano.
qualche settimana dopo andai con mio padre al mercatino americano di livorno, uno dei luoghi mitici e magici della mia giovinezza. lì avrei comprato il mio primo impianto stereo serio e i miei primi rayban, naturalement.
e lì trovai, finalmente, yessongs.


lunedì 29 aprile 2013

twitto in una nota. aprite i cancelletti



visto che sono rimasto l'unico beota a non twittare, anche perché in 140 caratteri o quanti diavolo sono non riesco neanche a dire buongiorno, mi metto un po' in pari, con un po di spare twits (oh yeah, si dice coì no?)
 anche se un po' #accazzodicane

ma è sempre l'europa, la storia, la congiuntura o la maiala di su' ma' che lo chiede. e quello che chiede il popolo? #anoisemprestianti

saccomanni all'economia. cioè, un banchiere a risolvere i problemi causati dalle banche. che è, omeopatia? #sisicomeno

perché, il presidente dell'istat al lavoro? #madai.....

da quando rainews 24 è passata da mineo alla maggioni, è diventata come skytg24, cioè una copia di una copia di cnn. cioè la copia di una copia di una cosa inutile. con la differenza che la paghiamo di tasca. #aspettaoratelopagoilcanone

alla fine, ci tocca anche difendere grillo. nel bene o nel male è al momento l'unica forza consistente fuori dal coro, ci piaccia o no, ed è attaccata da tutte le parti. speriamo che non la facciano sempre fuori dal vaso. #comesiamoridotti

ma che me ne frega se i neo ministri arrivano con i mezzi propri, o in taxi. mi importerà piuttosto di quello che vanno a fare, o no? e allora la idem doveva arrivare in canoa?
#ehmatuseisempreilsolito

alla fine, a furia di urlare contro il regime, berlusconi ci si è trovato dentro mani e piedi, e grazie al suo partito di riferimento. il pd. che vitaccia. #sonounragazzosfortunato

7 donne al governo. si, ma due sono del pdl. non basta essere donna perché vi si perdoni tutto.  #ecchecappero

mi stupisce il fatto che fazio o saviano non siano entrati nel governo. ma probabilmente adesso faranno i consigli dei ministri a che tempo che fa.  #siamoazerozerozero

a me la lorenzin fa proprio paura. mi sembra una di quelle bambine mai morte in quegli horror gotici che si svolgono nel new england. oh, è uguale, con quei denti di ferro, poi....
#triciclocigolante

consiglio i tifosi della fiorentina di mettersi l'animo in pace: il terzo posto del milan fa parte degli accordi di governo. #aspettaterenzipremier

ma adesso si potrà scrivere "governo di pisa merda" o è vilipendio dello stato? #orachiudonoancheilvernacoliere

parlando con un amico albanese, ho scoperto che forse forse guadagnerei di più a tirana. e magari la vita costa anche meno. quasi quasi.....  #sonounragazzofortunato